Il responsabile ti scrive “Domani ne parliamo” e nient’altro. Passi la serata a ripensare a cosa hai sbagliato durante la giornata e a preparare le difese, magari apri anche il CV. Il giorno dopo scopri che voleva solo un parere su un fornitore.
Quella sera non hai ragionato, ha deciso tutto un riflesso imparato chissà quando. A come nascono questi riflessi mi ha fatto pensare un libro che mi hanno regalato tempo fa, Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder, un romanzo sulla storia della filosofia. Al capitolo su Freud il mio cervello ha fatto quello che fa di solito quando funziona, cioè ha associato. Da informatico l’inconscio mi è sembrato qualcosa di familiare: una versione compressa e inaccessibile di ciò che abbiamo vissuto, che non si legge in chiaro ma condiziona tutto quello che facciamo. Nel machine learning qualcosa di simile si chiama rappresentazione latente.
Freud parlava di desideri, conflitti e contenuti respinti e non di compressione, quindi come teoria dell’inconscio non regge. Come lente per capire come funzioniamo tutti i giorni invece sì.
Non ricordiamo il passato, lo eseguiamo
Quindi l’esperienza non è solo un archivio da consultare: cambia il modo in cui funzioniamo, esattamente come fanno i pesi appresi durante l’addestramento di una rete neurale. Degli episodi resta ben poco, ciò che resta sono i pattern. In pratica ci iperspecializziamo, nel bene o nel male, nelle esperienze più frequenti e ci blocchiamo sul bordo della zona di comfort davanti a quelle che ci mancano.
Il problema è che un pattern non è per forza giusto. Basta un’esperienza forte, o poche ripetute nello stesso modo, per trasformare un singolo caso in una regola che poi applichiamo ovunque.
Un cane maltrattato si ritrae quando alzi la mano anche se è solo per prendere il guinzaglio. Ha imparato a reagire in un contesto diverso. Quando ha paura o scappa o morde, perché la risposta di attacco o fuga parte prima che il pensiero abbia il tempo di arrivare. Noi siamo uguali, solo più bravi a razionalizzare dopo. In ufficio la fuga è stare zitti, il morso è la risposta piccata alla mail.
Ricordare è ricostruire
L’analogia con il machine learning regge anche su un altro punto, e qui non è più solo una mia associazione. Nel 2024 due ricercatori dell’University College London hanno proposto un modello della memoria costruito proprio con reti generative: l’ippocampo registra gli episodi in fretta, poi una seconda rete li rivive più volte e ne estrae la struttura, e da quella struttura il ricordo viene ricostruito ogni volta che serve.1 È un modello e non la prova che il cervello funzioni così, ma descrive bene una cosa che la psicologia sa da tempo: ricordare non vuol dire riascoltare una registrazione ma rigenerarla, e ogni volta che la rigeneriamo la riscriviamo un po’.
Le emozioni complicano il quadro. Le esperienze forti si imprimono di più, ma non per questo in modo più fedele. Il giorno dopo l’11 settembre alcuni ricercatori hanno chiesto a un gruppo di studenti di raccontare come avevano saputo degli attentati, e poi di raccontarlo di nuovo a distanza di settimane e di mesi. I racconti cambiavano quanto quelli dei ricordi di tutti i giorni, mentre la sicurezza di ricordare bene restava alta.2 La vividezza ci convince, ma non garantisce niente.
Il filtro all’ingresso
C’è poi un passaggio che viene prima ancora della memoria. Non registriamo la realtà ma quello che i sensi lasciano passare, selezionato dall’attenzione e interpretato con quello che abbiamo già imparato. E il sistema è ricorsivo, perché ciò che siamo diventati decide cosa notiamo e ciò che notiamo ci conferma in ciò che siamo diventati. Due persone escono dalla stessa cena con due serate diverse in testa, e nessuna delle due mente. L’errore quindi non nasce solo quando ricordiamo, nasce già mentre guardiamo.
Il collo di bottiglia
Kahneman in Pensieri lenti e veloci chiama questo pensiero veloce e automatico Sistema 1. Ci serve, ma è stato addestrato in contesti che spesso non esistono più e continua a girare da solo. È come guidare in Inghilterra con i riflessi italiani, che sarebbero ottimi se solo guidassimo a destra.
Il Sistema 2, il pensiero lento, dovrebbe fare da controllo ma è faticoso da attivare, da usare e noi viaggiamo sempre in risparmio energetico: spesso si limita ad approvare quello che il primo ha già deciso.
Le aziende funzionano allo stesso modo. “Abbiamo sempre fatto così” è il Sistema 1 di un’organizzazione: procedure nate per un vincolo magari sparito da anni, che nessuno tocca perché sembrano il modo naturale di lavorare.
Perché da fuori si vede meglio
Una rappresentazione latente è illeggibile per chi la osserva, ma il sistema che la usa ci lavora benissimo. Per noi vale quasi il contrario, ed è la parte più scomoda: le nostre motivazioni sono opache proprio a noi, perché l’introspezione passa dagli stessi filtri che dovrebbe esaminare. Per questo un amico, un partner o uno psicologo a volte vedono quello che a noi sfugge. Non leggono dentro di noi: osservano quello che facciamo, notano le ricorrenze e formulano ipotesi, come si fa con un sistema di cui non si può leggere il codice. Possono sbagliare anche loro, ma hanno un vantaggio che a noi manca, cioè non stanno dentro i dati.
Cosa farne, in pratica
Il primo passo è creare un piccolo spazio tra lo stimolo e la reazione, quanto basta perché il Sistema 2 si accenda. Può bastare non rispondere subito alla mail che ti ha irritato. Quello spazio però serve a poco se il Sistema 2 si limita a dare ragione al primo. Qui la filosofia e la logica aggiungono il pezzo che manca, il pensiero critico, che mette in discussione le premesse a partire dalla domanda più semplice: cosa so davvero e cosa sto supponendo?
Aiuta trattare l’emozione come un dato e la spiegazione che le diamo come un’ipotesi. Nei post-mortem fatti bene, dopo un guasto, si scrive prima la cronologia dei fatti e poi le ipotesi, mai le colpe. Funziona anche con noi stessi.
Non serve nemmeno trovare l’origine di un riflesso per cambiarlo, basta metterlo alla prova. Se pensi che chiedere chiarimenti su una critica ti farà sembrare incompetente, chiedi lo stesso e guarda che succede.
Vale anche il contrario: si può costruire una spiegazione convincente del proprio passato e non cambiare niente. Fuori dall’ufficio succede di continuo. Il “Dobbiamo parlare” detto da chi ci vive accanto fa partire lo stesso riflesso del “Domani ne parliamo” del responsabile, e sapere da dove viene non ci impedisce di passare la serata sulla difensiva. Quello che sposta davvero qualcosa è un’esperienza nuova: chiedere, ascoltare e scoprire che stavolta la previsione era sbagliata. È così che si aggiornano i pesi.
Accorgersene
Essere consapevoli non significa leggersi dentro fino all’ultimo ingranaggio, cosa che non riesce nemmeno a chi lo fa di mestiere. Significa accorgersi del momento in cui il pilota automatico prende i comandi, come la sera di quel “Domani ne parliamo”. È lì che per la prima volta abbiamo una scelta.
Footnotes
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E. Spens, N. Burgess, A generative model of memory construction and consolidation, Nature Human Behaviour 8(3), 2024. https://doi.org/10.1038/s41562-023-01799-z ↩
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J. M. Talarico, D. C. Rubin, Confidence, not consistency, characterizes flashbulb memories, Psychological Science 14(5), 455–461, 2003. https://doi.org/10.1111/1467-9280.02453 ↩